Archivi Mensili: giugno 2010

Falsi amici

Credo sia capitato a tutti, nella vita. Praticamente impossibile evitarli, anche con tutte le dovute accortezze.
L’esperienza insegna, è vero, epperò il nemico è sempre dietro l’angolo, pronto ad ingannarti.
E allora parliamone.
Italiano e spagnolo sono lingue molto simili, hanno una radice comune, ed è quindi facile incontrare parole che si somigliano, e che hanno lo stesso significato. Questo aiuta molto nella comprensione (quando non parlano a trecento all’ora) ed ovviamente nell’apprendimento.
Il problema è che proprio per questo uno magari si rilassa, si “allarga”, e rimane stupito e interdetto quando incappa in quello che comunemente si chiama “falso amico” (false friend in inglese), ovvero quei termini che in spagnolo sono uguali o simili ad altri italiani, e che invece hanno un significato completamente diverso.
Il caso secondo me più eclatante è quello di aceite, che in spagnolo significa olio (!) e non aceto, come si sarebbe naturalmente portati a pensare (l’aceto invece si chiama vinagre).
Rimanendo nel food, non vi arrischiate a chiedere in albergo a colazione dev’è il burro, perché significa asino; meglio optare per mantequilla.
Non vi dico la mia faccia quando a Cuba un cameriere mi servì un Cuba Libre e mi chiese se volevo un asorbente; mi è stato poi spiegato che trattavasi di cannuccia, e mi sono tranquillizzato.
Gli esempi sono tanti: la salida è l’uscita, la tienda è il negozio (mentre invece negocio indica l’affare, il business), il vaso è il bicchiere, largo significa lungo. E così via.
Ci sono anche casi curiosi: esposar in spagnolo vuol dire ammanettare, e probabilmente una ragione ci sarà.
Poi ci sono i termini spagnoli che magari non somigliano al corrispondente italiano, ma sono identici nel mio dialetto. Questi sono veri e propri amici: basti citare l’esparadrapo (cerotto o nastro adesivo per fermare i bendaggi) o il montòn, che è il mucchio (il che mi ricorda un urlo/richiamo comune nella mia infanzia: “u’ mundon!”) o ancora escampar, che si usa quando la pioggia si ferma, ossia quando scampa, per l’appunto.
Mi fermerei qui, ma non posso proprio chiudere senza citare il caso più eclatante e divertente di corrispondenza tra foggiano e spagnolo (spagnolo caraibico per quel che so, ma accetto correzioni).
A Cuba scoprii che il pene si chiama pinga, e ho riso come un cretino per almeno un’ora (mentre la giovane mi guardava con stupore ed un certo raccapriccio).
Le ragioni di questa incredibile coicidenza linguistica mi sono tutt’ora ignote.
Ogni contributo (serio e costruttivo) è il benvenuto.  🙂

Noche

Avenida Venezuela, foto da www.dr1guide.com

A Santo Domingo la noche è decisamente caliente, come non è difficile immaginare.
Alla gente piace divertirsi, ascoltare musica e ballare, il tutto accompagnato da abbondante birra e ron. Succede nei colmado (i nostri “alimentari”), ma anche nelle vie o nelle piazze: basta un’auto con casse potenti, un frigo portatile e vai.
Ovviamente la città è piena di ristoranti, bar, locali, discoteche di ogni tipo.
Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche.
Ci sono le caffetterie normali e i lounge bar più trendy (frequentati da ricchi bianchi o ricchi anyway), le trattorie e i ristoranti internazionali (compresi i tantissimi italiani), le discoteche popolari e quelle degli hotel o comunque da fighetti (dove spesso la selezione all’ingresso è rigida, e non entri se – per citare un ridicolo esempio – porti scarpe da ginnastica, qui conosciute come tenis). Ci sono i locali gay, quelli alternativi, il karaoke (diomio), i nights, insomma tutto quello che ti immagini di trovare in una capitale da 3 milioni e mezzo di abitanti, ridanciana, godereccia e a volte esagerata.
L’elenco non è esauriente e non vuole esserlo, solo racconterò – magari in vari post – le esperienze curiose o comunque interessanti.
Io mi trovo meglio nei posti popolari, che non se la tirano, purché ovviamente siano tranquilli.
La sicurezza è importante, considerato il tasso alcolico medio e la diffusione di armi in questo paese (sarebbero vietate, ma di gente che gira con la pistola ce n’è tantissima). Diciamo che la sicurezza è una variabile determinante in ogni senso da queste parti, ma il discorso merita trattazione separata.
Mi piace andare nei locali dove si suona musica tradizionale o jazz (non molti, purtroppo), oppure nei disco bar ad ascoltare i dj set spesso raffinati e aggiornatissimi.
Non disdegno i colmadón, dove tra sedie di plastica e casse di birra rovesciate si beve e si balla merengue, bachata, salsa e reggaeton. Caratteristico anche il car wash, autolavaggio di giorno e discobar di notte. Molto popolari i drinksliquore store, supermercati di alcolici grani o piccini, dove si compra alcol e si beve fuori (ti danno anche ghiaccio e bicchieri di carta).
Per ballare mi piace la “Venezuela”: una strada nella zona orientale della città (qua dicono akelladoakellao, ossia al di la del fiume, passato il ponte sul fiume Ozama). Lunga e larga, parecchio trafficata, diciamo pure convulsa, dal giovedì in poi. Trovi un po’ di tutto, e puoi spostarti da un locale all’altro provando differenti stili e ambienti, dal basico al trendy.
La prima volta è stato uno shock.
Non ho mai visto una tale concentrazione di belle ragazze in vita mia. E, in vita mia, credo di aver girato abbastanza.
Non è solo che siano belle, tirate e profumate, è che sono davvero tante. Provando a fare una mano di conti, direi che almeno il 70% sono belle, e una buona percentuale di queste ti fa girare la testa.
Soprattutto morenas, indias (sarebbe il ceppo originario, più chiare delle mulatte o morene) , chinas e mescolanze varie. Ma, di qualunque colore e sfumatura, maledettamente belle e sexy.
I dominicani sono – generalmente e con le ovvie  numerose eccezioni – gente amable, ed è quindi possibile in una discoteca o discobar avvicinare una ragazza ed invitarla a ballare senza beccarsi un’occhiataccia o una risposta sdegnosa da parte sua. La buona educazione e l’intelligenza suggeriscono di chiedere il permesso in presenza di accompagnatori, magari evitando nel caso trattasi di ceffi poco raccomandabili o comunque ben piazzati. Certo influisce il fatto di essere stranieri, ma insomma le cose di norma si svolgono in maniera abbastanza easy.
Io mi diverto a vedere quell’impunito dell’amico mio – ballerino fenomenale – che sceglie la bellissima preda e l’invita a ballare. Lei accetta non senza una certa compassione verso il temerario straniero bianchiccio; della serie “sei sicuro? guarda che io ballo sul serio, rischi una figura…”. Dopo i primi passi, puntualmente, lei si gira a guardare le amiche con tanto di occhi, a dire “coño, pero como baila ese maldito!”.
Ogni volta, stessa scena.
Subito dopo il ballo, se vale la pena, scatta la chiacchiera con immancabile passaggio del numero di cellulare.
Finirà bene? Ci sarà química tra i due?
Quién sabe.
Speriamo solo che lei abbia un’amica carina.
E che magari mi insegni pure a ballare.

Rolos y redecilla

Per le dominicane stare “in ordine” è assolutamente fondamentale.
Difficile incontrare la sera in giro per locali una chica, una mujer che non sia curata e profumata.
Per questo la preparazione prima della salida (uscita) è lunga e laboriosa.
E andare anche più volte a settimana al salón /peluqueria, come già detto in altri post – è un must. Per questo ce n’è una valanga. Ad ogni angolo.
Anche perché molti datori di lavoro (banche per esempio) impongono alle impiegate di andare a lavorare col capello liscio (incredibile ma vero), dato che il capello riccio /afro non è socialmente benvisto (qua parlano di “pelo malo”).

Quando non si può andare al salón ci si arrangia a casa, e quando i capelli non sono in ordine si esce coi rolos, coi bigodini, magari per andare a far la spesa (non è insolito vedere al super la doña coi bigodini in testa).
Ma è molto più comune (quanto orripilante) la redecilla, la retìna, portata con assoluta disinvoltura sia in casa che per strada (e in alcuni casi al lavoro).

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