Colmado

foto da travelblog.org

Nonostante la diffusione di supermercati e ipermercati, il colmado resta un punto di riferimento fondamentale per i dominicani. Al colmado si trovano generi alimentari, ghiaccio, bottiglioni di acqua (quella del rubinetto non è potabile), succhi, refrescos (cola e sode varie dai colori e gusti spesso improbabili), detersivi, condom, una pillola per il mal di testa o per la resaca (il dopo sbornia), una tarjeta (ricarica) per il cellulare, le sigarette, e così via.
La varietà dell’offerta cambia a seconda delle dimensioni e caratteristiche del colmado, che a volte propone anche un po’ di frutta, ortaggi, carne, e pure sandwiches. Se è grande, si chiama supercolmado o colmadon.
Ma al colmado si va anche per bere una fria (birra) o un superalcolico (il classicissimo ron oppure il uiki, come lo chiamano qua, venduti in bottiglie dalla mignon alla magnum, passando per la diffusissima fiaschetta) magari in compagnia, seduti sulle sedie di plastica dentro o fuori. E quindi diventa un luogo di socializzazione, soprattutto se ha una radio, uno stereo o un juke box che manda musica e/o video a tutto volume, e se ha uno spazio adatto per ballare.
Il vantaggio del colmado è che è comodo, perché ce n’è sempre uno vicino casa, vende anche sfuso (una sigaretta, una libbra di zucchero o di burro), è aperto tutti i giorni fino a tarda sera, e consegna a domicilio (in mancanza di campanelli o citofoni, parte l’urlo “colmado!”, uno dei primi suoni che ho imparato a conoscere in Repubblica Dominicana dopo il merengue e l’assordante antifurto delle auto, che parte col clacson e poi segue con altri tre o quattro allarmi in successione – un autentico strazio: non appena imparo come si fa lo registro e lo posto).
La mia fidanzata, che è una tipa precisa, mi ha insegnato che qualunque cosa si compra al colmado – bottiglie, lattine, etc. – va lavata con acqua calda (per chi ce l’ha), onde proteggersi dalla leptospirosi, dato che lo stoccaggio delle merci non sempre avviene in locali propriamente igienici (anzi), e i numerosi ratones presenti da queste parti ne approfittano più che volentieri 😦
Pensavo fosse una precauzione eccessiva, fino a quando non ho visto in tv un’intervista al locale Ministro della Salute che raccomandava vivamente la stessa cosa, e ho dovuto regolarmi di conseguenza pure io.
Il che vuol dire anche – ahimé – rinunciare alla fria (birra) servita dal colmadero ceniza (ghiacciata).
Bueno, più che rinunciare, diciamo limitare.
Eccheccà! 😉

foto da acoste.net
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4 Risposte

  1. che bella esperienza francesco, e che coraggio! secondo me ce la puoi fare. anzi, ne sono convinta! besos

  2. grazie Nuria, torna spesso! Un abrazo.

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