Un giorno in clinica

Vivo qui da troppo poco tempo per dare un’opinione ponderata e complessiva del sistema sanitario dominicano. E poi – grazziaddio – sto abbastanza bene.
Però posso riportare le mie prime impressioni, e poi magari riprenderemo l’argomento.
Mi avevano detto, e avevo letto, che in Repubblica Dominicana la sanità pubblica non è proprio un granché, e che conviene affidarsi alle cliniche private.
Io non so come sia la sanità pubblica: mi dicono che è pessima, personalmente ho solo accompagnato una sera al pronto soccorso la novia, che non si sentiva bene, ed effettivamente sì, l’ospedale è vecchiotto; ma più di questo non posso dire.
Invece ho avuto a che fare con le cliniche private.
Mi sono fatto il mio seguro medico, perché senza assicurazione mi hanno spiegato che non conviene stare.
Il mio piano costa circa 30 euro al mese, e mi copre l’80% di tutte le spese (anche per le medicine).
Ho quindi scelto una clinica, una grandicella tra le centinaia che sono qui in Capitale, soprattutto a Gascue, il quartiere pieno di alberi non lontano dalla Zona Colonial, e sono andato a consulta da un dottore (da qualche tempo mi fa un po’ male la schiena).
Niente di che, mi fa lui dopo la visita, però visto che ci siamo facciamo un bel checkup completo. Analisi del sangue e delle urine, ecografia, radiografia, tac.
Mi dico: adesso comincia il bello. Sai che rottura.
Invece ho fatto tutto in un giorno. Il giorno stesso.
Tutto.
E l’indomani avevo tutti i risultati.
Quelli delle analisi sono arrivati online, nella mia area privata del sito del laboratorio (così li può consultare anche il mio medico italiano…).
E cioè qui funziona che uno va in clinica, chiede di fare una tac, paga 8 euro (il prezzo di una bottiglia di vino decente, per capirsi, 70 euro se non ha il seguro), gli fanno la tac all’istante, e dopo mezz’ora o il giorno dopo ha il risultato.
Poi, sempre nello stesso reparto, si sposta a fare la sonografia. Mentre mi faceva l’ecografia, la doctora mi mostrava tutto sul mio monitor, e alla fine mi ha consegnato il referto e il dvd con la registrazione.
Ora, io non posso esprimere giudizi sul livello di preparazione della classe medica dominicana.
Ma i tempi e i livelli dell’assistenza mi hanno colpito.
E non è – tanto per chiarire – solo roba da paperoni.

Un nome, una garanzia

Qua le pillole contro la disunzione erettile si vendono in farmacia senza prescrizione alcuna. E come molte medicine, è possibile comprarle anche sfuse. Addirittura é possibile comprarle al colmado sotto casa.
Vanno molto di moda anche tra i giovani, molti le prendono come fossero aspirine per fare bella figura.
Alle marche più conosciute in tutto il mondo (che qui costano meno, ma vai a capire se sono originali, il falso imperversa in ogni settore, compreso quello medicinale!) si affiancano preparati locali, più economici, circa 1 euro a pillolozzo (anche meno se c’è l’offerta speciale 🙂 )

I più comuni sono Erec-F, Elevex (…), Viga, , La Pela (v. sopra una elegantissima pubblicità…).
Ma il mio preferito è quello sotto: il solo nome mi fa impazzire. 😀

Capelli

Abbiamo già accennato al salón, dove le dominicane passano molto tempo per lavare, stirare, tingere, tagliare, allungare (le extensión qui vanno alla grande, tanto che alcuni italiani ne hanno fatto un business), intrecciare, acconciare (etc.) i capelli. Oltre che per chiacchierare, ovvio.
C’è addirittura chi ci va quasi tutti i giorni ma, claro, dipende dalle finanze e dal tempo a disposizione. Ad ogni buon conto è difficile che si esca per un appuntamento se non si è perfettamente a posto, linde e pinte.
Anche gli uomini hanno il loro barber shop (pronuncia baberciop), e devo dire che faccio una certa fatica a spiegare il tipo di taglio che voglio (normale): basti vedere questo poster per farsi un’idea.

Capelli

Ah, non credo che abbiano pagato i diritti per le immagini di Leonel, Obama etc.  😉

Transporte Publico

I trasporti di Santo Domingo sono un esempio – uno dei più paradigmatici – di come vecchio e nuovo convivono qui in Repubblica Dominicana, dei contrasti spesso stridenti di un paese che si considera in desarrollo (sviluppo), ma per alcuni versi anche più sviluppato del nostro.

La guagua o voladora (foto) è senza dubbio il mezzo di trasporto pubblico più diffuso.
Il nome si deve alla velocità di crociera, ragion per la quale c’è qualcuno che la chiama el terror sobre ruedas, anche per le precarie condizioni del mezzo (spesso vecchio e scassato) e la conseguente mancanza di sicurezza (per clienti e pedoni).
In pratica è un pulmino privato, affiliato a un “sindacato” (associazione d’impresa), che segue la ruta, il percorso fisso per il quale paga e che gli viene assegnato; è come un taxi collettivo, che si ferma ogni volta che qualcuno vuole salire o scendere. Viaggia con la porta laterale aperta, e il cobrador (colui che cobra, ossia che fa pagare, il nostro bigliettaio, se volete) viaggia in piedi sulla porta e si sporge fuori per urlare le tappe principali del tragitto e conquistare così nuovi clienti tra i passanti. Quando ne trova uno che vuole montare su, batte forte con la mano sul tetto della guagua, e il conducente si ferma. Idem quando si vuole scendere: basta urlare déjame! (lasciami) o donde pueda! Prezzo attuale, 25 pesos (50 centesimi di euro, non propriamente economico).

Un’alternativa – sempre molto diffusa, pure troppo – è il carro publico, un’auto da vecchia a scassata, che costa lo stesso, e che anche in questo caso segue una ruta fissa e si ferma su chiamata. Qui c’è ovviamente meno spazio della voladora, il che non significa meno passeggeri: si viaggia 4 dietro e 2 sul sedile davanti, con il terrore che salga la ciotta o il ciotto che ti riduce in una polpetta sudata. Si paga direttamente al chofer, il quale in marcia fa un segno con la mano sinistra fuori dal finestrino a rappresentare la ruta. Quando piove di solito i carritos si fermano perché non hanno i tergicristalli. Il problema é che sono delle carcasse ambulanti, e i chofer guidano come degli sconsiderati, tanto se chocano (si scontrano) con qualcuno non fa niente, la macchina già è tutta scassata, e la loro assicurazione non paga i danni :-O

cp

Gli autobus pubblici veri e propri sono quelli dell’OMSA (Oficina Metropolitana De Servicios De Autobuses). Sono meno numerosi ma più economici, fanno tragitti molto più lunghi , e alcune volte – grazziaddio – hanno l’aria condizionata. Sono certamente più sicuri di voladoras e carri pubblici, ma purtroppo in certe zone non passano proprio, e sono sempre pienissimi dato lo scarso numero e il prezzo molto più popolare del pasaje. (Qui sotto una foto dal quotidiano Hoy)

omsa

Dalla fine del 2008, inoltre, Santo Domingo è dotata di una linea di metropolitana. E presto saranno due.

Il Metro (non la Metro) collega il Malecon (lungomare) a Villa Mella, popoloso quartiere a nord, in un tragitto di 14,5 km con 16 fermate (10 della quali sotterranee).
Si tratta della prima delle 6 linee che fanno parte del nuovo sistema di trasporti di Santo Domingo, presentato dal Governo presieduto da Leonel Fernandez .
Treni nuovi e con aria condizionata (senza, pare rimasta solo l’Italia), stazioni pulite e sicure (almeno per ora, sembra), biglietto con card ricaricabile a quote popolari.
L’accoglienza dei dominicani è stata entusiastica, ma non sono mancate le polemiche sull’utilità di investire ingenti capitali (prestati dall’estero) in questo tipo di opere piuttosto che nella sicurezza o nell’educazione, e i dubbi di quanti ritengono che magari sarebbe stato utile prevedere un sistema di trasporti verso e dal metro onde evitare che i treni viaggino semivuoti (ad oggi, 30% della capacità, secondo gli le statistiche).

Chiudo questo lungo post (sorry) parlando dei taxi e dei motoconcho.
Compagnie di taxi in capitale ce ne sono a bizzeffe.
Ce ne fosse una che ti manda il taxi nei minuti che ti dice a telefono.
Va beh, lasciamo stare.
Di taxi ce ne sono nuovi e vecchi, puliti e zozzi, con e senza aria condizionata.
Quando si chiama conviene specificare e insistere che si vuole un taxi confortable y con aire, clase A.
Per evitare sorprese, si può chiedere in questo momento alla centrale la tarifa per il percorso previsto (meglio), altrimenti si tratterà direttamente col chofer: il tassametro qua non esiste, non c’è un cacchio da fare.
I prezzi non sono altissimi ma neanche bassi, si parte per un tragitto corto da 150 pesos (3 euri). Altro discorso per i taxi delle località turistiche. Tariffe alle stelle, si paga in dollari.
Meglio evitare i taxi che stanno fermi per strada o nei parcheggi dei centri commerciali, che non appartengono a compagnie di taxi: hanno tariffe doppie.
Bisogna sempre sperare, quando ci si muove di notte, che il taxi non prenda una delle tante buche – spesso voragini – e parta la gomma: se sei in una zona poco sicura ti va bene se ti lasciano in mutande.

Per risparmiare ci sono i motoconcho, ossia i taxi su moto. Spesso capita di vedere la gente andarci in tre. Un classico.
Il motoconcho è certo più economico del taxi, ma anche ovviamente meno sicuro, considerando lo stile di guida barbaro e prepotente degli automobilisti.
Ha poi due controindicazioni, a mia esperienza.
La prima è lo smog che tocca respirare. E qua l’attenzione all’ambiente non è certo una priorità: le macchine e i camion cacciano un fumo nero pazzesco, e non glie ne frega niente a nessuno.
La seconda è se il motoconchista non si è lavato molto bene. 😦

Padre Pio a Santo Domingo

La Repubblica Dominicana è fortemente cattolica (oltre il 90% della popolazione secondo le statistiche), anche se non mancano altre confessioni cristiane (crescenti le evangeliche) e – in alcune zone interne – pratiche animiste (woodoo e macumba), magari mischiate grossolanamente al culto dei Santi e delle Madonne.

Davanti alla chiesa dedicata alla Virgen de las Mercedes (patrona della Repubblica Dominicana), nella Zona Colonial, ho trovato una statua dedicata a Padre Pio.

Il fatto di trovare un Santo delle mie parti mi ha dato una certa emozione, soprattuto considerando che la figura ricurva del Padre di Pietralcina si riconosce inconfondibile dai balconi di casa mia.
L’emozione è stata maggiore quando ho letto la iscrizione dietro alla statua: “Con devoción, Familia Maruotti, Foggia, Italia”.

Occhi belli

Oggi ho vinto la timidezza nel fotografare i tanti volti volti interessanti che incontro.
Gli occhi di questa meravigliosa bambina meritavano un ritratto.
La splendida nonna 93enne mi ha dato il permesso e lei si è messa in posa.
Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che domani o magari oggi stesso se riesco le porto le stampe.

Election Day con coprifuoco

Oggi nella Repubblica Dominicana si vota per il rinnovo delle amministrazioni locali e del Congresso (deputati e senatori).
Non si vota invece per la Presidenza della Repubblica.
Leonel Fernandez – rieletto il 16 agosto (…) del 2008 – sta tranquillo ancora per due anni.
Nella foto lo si vede nel corso di una manifestazione del suo partito – PLD, Partido de la Liberación Dominicana – in compagnia della Primera Dama Margarita Cedeño. Il presidente è quello di profilo col cappellino viola, il colore del PLD assieme al giallo, come si vede del resto dalla elegante tenuta della gentile signora.
Lo so che non é chiarissima, ma la foto l’ho scattata al volo sotto casa mia mentre passava la parata. Accontentatevi. Se volete immagini migliori del Presidente e della Primera Dama basta googlare un po’. 😉

Ieri sera per ordine del Governo bar, e locali in genere hanno dovuto chiudere a mezzanotte.

Mi hanno spiegato che è normale: serve a combattere l’astensionismo, che si attesta intorno al 30%.
Si va a letto presto, non ci si mbriaca, e il giorno dopo tutti a votare belli lucidi e riposati.
Per questo motivo molti locali non hanno aperto proprio, e Santo Domingo di sabato notte era insolitamente spettrale.
Per fortuna abbiamo trovato un paio di discobar aperti dove tirar tardi.
Mi era già successo il Venerdì Santo: tutti ma proprio tutti chiusi tranne qualche raro colmado, comunque deserto.
Non so se in virtù di questa sorta di coprifuoco – o se volete castrazione del divertentismo – l’astensione dal voto sarà effettivamente più bassa.
Da noi quando ci sono elezioni e c’è la bella stagione la tentazione è quella di andare al mare (qualcuno ricorderà l’invito di Craxi nei primi anni 90).
Dando uno sguardo alla capitale, stamani, mi sa che in molti hanno ceduto, nonostante i probabili acquazzoni (mes de mayo, mes de agua).
Quasi quasi cedo pure io e vado in spiaggia: che mi frega, io non voto…

Aspetta.
Piove.
Governo ladro!

😀

Apagones

Qui come del resto a Cuba e a Porto Rico (i Paesi vicini che ho avuto modo di visitare) i cavi della luce e del telefono sono volanti, e spesso per strada devi scansare fili appesi e staccati, che non promettono niente di buono.
I grovigli sono pazzeschi, e non invidio i tecnici che ogni tanto si devono arrampicare per aggiustare un trasformatore o rimediare a un accrocchio.
Credo che la foto (scattata nella strada di casa mia) renda l’idea.
Non mi chiedete cosa sono quei bidoni perché sto ancora cercando di scoprirlo.
Il perché di questa confusione non è molto chiaro. Ognuno ha una sua teoria, spesso articolata e fantasiosa (se non leggendaria), mai concordante, e non di rado si aprono dibattiti sul perché e sul percome – e devo dire che quando uno ha tempo e pazienza è anche gradevole assistere e perché no partecipare al dibattito, anche se non ne capisci un cacchio, tanto non ne capisce un cacchio nessuno.
Frequenti sono gli apagones, ossia i blackout.
A volte per malfunzionamenti, altre volte programmati e costanti. Che ne so, tutti i giorni, in una determinata zona, dalla ora X alla ora Y.
Sul perché capitano ci sono varie scuole filosofiche, gnoseologiche ed epistemologiche.
Secondo alcuni l’energia prodotta è addirittura superiore al fabbisogno, però siccome in alcuni quartieri molti non pagano la bolletta o hanno allacci abusivi, si decide di staccare la luce a titolo educativo.

Gli apagones capitano anche qui nella Zona Colonial, e se uno non ha il generatore – inversor o planta, a seconda delle finanze – tocca stare ore senza luce, ventilatori, aria condizionata, internet, radio, tv, e colla roba nel freezer che comincia a scongelare.
Se è notte e fa caldo – e fa caldo abbastanza spesso, inutile dirlo – e arriva improvvisamente l’apagón, il tuo letto diventa praticamente un sudario, e hai voglia a spalancare finestre e balconi, serve a niente.
Ma non solo la notte: quando l’apagón arriva di giorno, non funziona per esempio il salón, il parrucchiere, e allora la chica con la quale avevi appuntamento ti darà buca.
Perché se non può arreglar el pelo – sistemare il capello, attività che richiede tra le tre e le otto ore, comprendendo anche le extensiones, il trucco e le uñas acrílicas (v. foto) – non si sentirà abbastanza bella, e allora dieci a uno che non verrà.

Jeepetas y cocina con leña

Secondo una ricerca del 2007 (ultimi dati disponibili quando scrivo), in Repubblica Dominicana ci sono 604.215 motociclette, 299.260 auto, 83.479 yipetas (jeep o SUV), 100.335 camionetas (pickup) e 108.223 veicoli di altro tipo.
Lo stesso studio rivela come in 265.067 case si utilizza ancora la legna per cucinare (10,4% della popolazione), mentre 2milioni di famiglie usano gas propano (78,9%).
Cifre che riporto per dare la dimensione di un paese per molti versi modernissimo, per altri indietro.
Che si considera un paese povero e in via di sviluppo, dove però si vedono anche (in alcune zone, certo) ville maestose, grattacieli sontuosi, Ferrari, Lamborghini e Rolls Royce manco fossimo a Monte Carlo.

Un paese fatto di contrasti, e forti, come spesso avviene da queste parti e in genere nei paesi in via di sviluppo.
Ci ritorneremo: il discorso è lungo.

Tapones

Santo Domingo è una metropoli. Molto estesa, perché la città è cresciuta tantissimo negli anni e continua a crescere (da qualche anno soprattutto in altezza, visto che si moltiplicano le altissime torri, i grattacieli che sostituiscono le vecchie case a uno o due piani con patio e giardino).
Le distanze sono abbastanza grandi, e gli spostamenti non semplicissimi.
I dominicani non sono propriamente dei guidatori diligenti ed ordinatissimi.
I passaggi da una corsia all’altra – tanto per dirne una – sono repentini: per evitare una buca enorme, per un sorpasso, per una fria di troppo (birra), o anche semplicemente per rimettersi in marcia dopo una sosta; e non sempre si mette la freccia: soprattutto gli autisti (choferes) degli scalcinati carritos tirano semplicemente il braccio fuori dal finestrino.
E poi qua si sorpassa a destra, perché non esiste corsia lenta e corsia veloce, al semaforo rosso uno se non vengono macchine può meterse (andare a destra), insomma un casino.
Con una metropoli tanto grande e un traffico cosį caotico bisogna, come in qualsiasi grande città, abituarsi ad avere a che fare con i tapones, gli ingorghi frequenti negli orari di punta (ma purtroppo non solo).
Fondamentale, in questo caso, l’aria condizionata in macchina, se si vuole evitare una sauna.
Perché un tapón può significare andare a rilento, o anche stare fermo un’ora.

Qui mi hanno spiegato (vado molto in taxi) che a parte quelli normali all’ora di punta, quando si creano tapones di solito è per colpa di un Amet (polizia dedicata al traffico).
O perché è un incapace, o perché deve bloccare il traffico per far passare la carovana di auto blu (che qui sono enormi suv neri) del Presidente o del politico di turno.

Nel tapón, tutti (tutti) suonano il clacson.
A lungo, insistentemente.
Non serve a niente, ma non possono proprio trattenersi.
Non serve a niente perché i carritos e le guaguas si fermano in mezzo alla strada per far scendere una persona, o per imbarcarne un’altra. E non gli passa manco per la capa che dietro tutti stanno suonando il clacson: ci si prende il tempo che serve, con serafica e indifferente calma.

La stessa calma con la quale gli autisti dei ricchi aspettano i loro capi.
Li aspettano sotto casa la mattina per portarli al lavoro o a fare commissioni, li aspettano fuori della sala riunioni o del ristorante, li aspettano anche fuori dell’hotel dove incontrano la querida di turno.
E molto spesso, quando aspettano, stanno in macchina. A volte col motore acceso e l’aria condizionata a palla,
La sensibilità per l’ambiente e l’inquinamento è ancora poco diffusa, e poi fa caldo.

Una volta, alle 7 del mattino mi sono svegliato per il fumo dello scappamento di una qualche macchina, che entrava dallo spiraglio aperto della finestra (al terzo piano del residence dove vivevo), e mi faceva sentire come in un sogno con Calindri nella pubblicità del Cynar. Sono sceso di casa tra il furioso e l’assonnato e ho cosí individuato la fonte dell’incubo e del prematuro risveglio: una vecchia ma elegante berlina Lincoln, con un distinto signore sulla cinquantina, intento a leggere il suo libro; motore acceso, finestrini chiusi, climatizzatore a palla, in attesa di chissà chi, magari nessuno, più probabilmente un diplomatico o manager da portare in ufficio.
Gli faccio toc toc, abbassa il finestrino, gli dico che el humo del motor llega hasta mi cama, mi risponde disculpe, ya està apagado, e spegne.
Un signore. O, per lo meno, una persona amable.
Che è una dote tipica dei dominicani, che spero non perdano mai.

Pompis

Il sedere delle dominicane è prominente, una sorta di marchio di fabbrica, e per questo anche i manichini si sono dovuti adeguare. 😀
Agli uomini dominicani in genere piace il trasero bello grosso; significativo, diciamo. Ognuno ha i suoi gusti, da questo punto di vista, e preferisco non addentrarmi in disquisizioni filosofiche a riguardo.
Solo annoto che questo atteggiamento lordotico (decisamente piacevole alla vista) porta con sé un’altra faccia della medaglia, ossia gli addominali prominenti, che nella maggioranza delle dominicane significa trippetta, se non propriamente panza. Decisamente meno piacevole alla vista.
Ovvio, non è che sia obbligatoria, però abbastanza frequente sì, soprattutto se la signorina non è una fanatica del fitness (che qua sta diventando una ossessione).

Ahorita

Qua i ritmi sono generalmente rilassati (non parlo di musica).
Siamo in America Latina, Tropici, Caraibi, insomma fa caldo e la vita va un po’ più a rilento.
Anzi, no. Non è esattamente così.
La verità è che hanno i loro tempi, non serve mettere fretta.
A volte è estenuante (soprattutto con la burocrazia, manco a dirlo) ma altre volte sono rapidi (efficienti è un altro paio di maniche): ho portato un paio di jeans dal sarto dietro casa e dopo mezz’ora era pronto l’orlo (2 euri).
La cosa importante è non fare programmi quando ti dicono “nos vemos ahorita”.
Ahorita può essere mezz’ora, un’ora o due o quattro, o può anche essere nunca: mai.
Non è infrequente che il tecnico dell’aria condizionata ti faccia stare tutto il giorno in casa ad aspettarlo e poi non viene nonostante al cellulare ti ripeta che arriva ahorita.
O che tu passi il pomeriggio a preparare una cena speciale per una ragazza, e dopo un’ora di ritardo rispetto all’orario dell’appuntamento la chiami e lei ti dice candidamente che ha avuto un problema (mal di testa, mal di gola, apagón, el salón cerrado, mamma o nonna o figlio malati), e che però ahorita viene (e se va bene si presenta a mezzanotte).
Insomma, ahorita è un concetto astratto, indefinito ed estremamente pericoloso.
Dal quale però è difficile sfuggire.

Ne riparleremo.
Magari ahorita.

Nella foto, il Reloj del Sol (1753), che si trova davanti al Museo della Casa Reale, nella Ciudad Colonial. L’ho fotografato in modo che si vedano le due facce: una per le ore della mattina, l’altra per il pomeriggio. Se interessa posso pubblicare altre info e foto. Però non subito. Ahorita.

Zapatos colgados en los cables

Non si sa bene se nasce in Europa o Stati Uniti e poi arriva in Sud America, o il contrario. Sta di fatto che l’usanza di appendere le scarpe per i lacci ai fili della luce o del telefono è comune anche nelle strade di Santo Domingo.
Secondo alcuni, serve a segnalare che in quella zona si spaccia droga. Che mi pare na stronzata.
Altri mi hanno detto che serve invece a ricordare uno spacciatore o un delinquente ucciso dalla polizia (…).
Altri ancora dicono che la droga e la polizia non c’entrano niente, e si fa semplicemente per goliardia o per festeggiare qualcuno che ha fatto i soldi e si è comprato un bel paio di scarpe nuove.
L’unica cosa certa è che Federico Moccia ha dichiarato la sua totale estraneità ai fatti.

Quindici anni

La fiesta de los quinces è una vera istituzione in Latinamerica. Di derivazione spagnola, è la speciale festa di compleanno che celebra l’ingresso in società della Quinceañera, che da bambina diventa donna, come spiega la sempre meravigliosa Wikipedia.
In Repubblica Dominicana a volte coincide con un vero e proprio Baile de Debutantes, ed ovviamente varia a seconda delle finanze della famiglia della quindicenne.
Mi capita spesso di incontrare nella Zona Colonial di Santo Domingo Quinceañeras che realizzavano servizi fotografici e video, con i loro bellissimi abiti colorati e pieni di veli.
In questo caso (vedi foto) la ragazzina era un po’ sovrappeso, e le coetanee sedute sulla panchina del Parque Colon non si esimevano da commenti divertiti.
Il cane, invece, non ha pensato neanche per un momento di interrompere la siesta.

El Conde

La Ciudad o Zona Colonial è sicuramente la parte più caratteristica e turistica della capitale. Non vi aspettate grandi cose, ma una visita la merita senza dubbio. Come dice Wikipedia, si tratta del primo insediamento ancora esistente creato da Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1990.
Il cuore della Zona Colonial è la Calle El Conde, la lunga via pedonale che collega il Parque Colon, la verde ed ombrosa piazza della Catedral Primada de America (la prima cattedrale del nuevo mundo), con il Parque Independencia (che è si un parco ma è soprattutto un’antica fortezza militare che ospita anche l’Altare della Patria).
Il Conde è pieno di negozi di ogni tipo, bancarelle, qualche bar, fast food, pizzerie, hotel.
Abbastanza frequentato fino a tarda sera sia da dominicani sia da turisti.
Questi ultimi com’è ovvio vengono continuamente (ma non ossessivamente) invitati ad acquistare souvenir vari, sigari, cd musicali, quadri, magliette, bottiglie con un elisir di alcol vario e erbe varie, che si dice essere un viagra naturale (la famosa mamajuana).
Non è raro trovare gruppi di dominicani che giocano a scacchi (vicino all’hotel Mercure), a dama o a domino, su tavolini improvvisati o sulle panchine.
Le belle dominicane (di qualunque età e colore) sorridono ai coloriti piropos (complimenti) degli uomini, e non di rado rispondono divertite.
Da quando sono arrivato a Santo Domingo vivo praticamente nel Conde, ma nonostante questo non mi sono ancora liberato della mia “faccia da straniero” (e probabilmente non accadrà mai), dato che ad ogni angolo continuano indefessamente a propormi “Taxi taxi” (a proposito, in un altro post parlo di taxi e altri mezzi di trasporto)
Spiegare che abito dietro all’angolo non serve: come per tante altre cose, ho imparato ad arrendermi.

‘O sole, ‘o mare, ‘a museca, ‘i belli femmene…

Vivo da un po’ di tempo in Repubblica Dominicana.
Il sole, il mare, la spiaggia, le palme, le belle donne, la musica, il ballo, …
Certo, la Repubblica Dominicana è questo, ma è anche tante altre cose. Alcune piacevoli, altre meno. Com’è normale che sia.
Tanto per cominciare vivo e lavoro a Santo Domingo, che è la capitale della Repubblica Dominicana.
Una metropoli di oltre 2milioni di abitanti, caotica e incasinata come sa essere una capitale del Caribe e dell’America Latina. O forse dovrei dire una capitale e punto.
Dove c’è il mare ma non si fa il bagno, dove certo fa caldo tutto l’anno, ma magari pure troppo, dove pulizia e sicurezza non sono esattamente il massimo, dove spostarsi non è facile per via dei “tapones” – gli ingorghi che ti rendono impossibile arrivare puntuale ad un appuntamento – dove insomma si può anche vivere bene (lo spero vivamente e lo scopriremo solo vivendo, se mi perdonate il doppio bisticcio), ma trovando il giusto equilibrio e adattamento.
Il blog nasce per raccontare questa esperienza di vita ai Tropici, perché in questi mesi mi sono reso conto che ci sono tante cose da riportare. Interessanti, curiose, magari divertenti oppure no. Ma che vale comunque la pena di raccontare.
Se a qualcuno interesseranno beh, questo è un altro discorso. 🙂
Buon viaggio.

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