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Sicurezza

Amici italiani mi chiedono prima di organizzare un viaggio se questo posto é più o meno tranquillo e quali misure di sicurezza adottare.
Il mio consiglio é sempre lo stesso. Meglio essere prudenti e tenere sempre gli occhi sempre super aperti. Magari fai la figura del cacasotto, ma eviti per troppa spavalderia di rovinarti (minimo) la vacanza.
Sei in un posto che non é casa tua, non conosci gli usi e costumi de luogo (anche se pensi il contrario), quindi stai sghiscio che é meglio.
Suggerisco di fare un check sul sito del Ministero degli Esteri viaggiaresicuri.it
Riporto gli ultimi avvisi:

ZONE A RISCHIO: nella Capitale e nelle altre principali città del Paese occorre adottare alcune comuni misure precauzionali, come evitare di circolare, soprattutto a piedi ed in ore notturne, in luoghi isolati. A causa degli episodi di violenza che hanno recentemente anche interessato vari cittadini italiani presenti nell’area di Boca Chica, si raccomanda di evitare la zona, o comunque di adottarvi comportamenti ispirati alla massima cautela, anche nella scelta dei locali (bar, ristoranti, intrattenimenti musicali o danzanti); stessa raccomandazione vale anche, in certa misura, per l’area di Juan Dolio. Si segnala la recente recrudescenza di episodi di criminalità vincolati al narcotraffico e scontri tra bande di delinquenti.
ZONE DI CAUTELA: luoghi turistici, ove si consiglia di affidarsi solo a guide ufficiali. Si segnala una forte recrudescenza degli scippi a danno dei turisti nella zona coloniale di Santo Domingo e nelle zone di Samanà/Las Terrenas.

ZONE SICURE: l’interno dei complessi turistici, che offrono, con la formula del “tutto compreso”, ogni genere di attività ricreativa, escursioni ed attività sportive.

AVVERTENZE
Si consiglia di:
– circolare con la fotocopia del passaporto e con il denaro strettamente necessario, lasciando nella cassaforte dell’albergo il documento originale e il biglietto aereo;
– utilizzare esclusivamente taxi consigliati dal personale dell’albergo e facenti parte di cooperative ufficiali poiché i trasporti collettivi pubblici urbani sono molto carenti, con servizio limitato ad alcune zone delle principali città;
– usare prudenza alla guida a causa del traffico caotico esistente, del fondo stradale spesso sconnesso e della cattiva o insufficiente segnaletica stradale;
– affittare automobili con autista;
– includere la copertura assicurativa al momento dell’affitto di automobili, moto d’acqua o altri veicoli a motore.
Il turista viene spesso individuato come tale e pertanto si trova a rischio di aggressioni, furti, scippi e truffe.

Avvisi particolari
Diffuso il 22.10.2012. Tuttora valido.

Sicurezza

Si assiste ad una recrudescenza di episodi di criminalità comune (furti, “scippi” e alcuni casi di aggressione) a danno dei turisti, in particolare a Santo Domingo, Boca Chica, Juan Dolio, Samanà-Las Terrenas e Puerto Plata. Si raccomanda, pertanto, di adottare durante il soggiorno misure di cautela e precauzione negli spostamenti. Negli ultimi mesi si sono registrati anche alcuni casi di sequestro di persona a scopo di estorsione.

Tasse e proteste

Oggi é un giorno difficile per la Repubblica Dominicana.
Tanto che le vale l’apertura della sezione Americhe del NY Times.

Ieri uno studente é stato ucciso (apparentemente dalla polizia) durante una manifestazione nella università più importante del Paese.
Stava protestando contro la riforma fiscale del nuovo Governo, una serie di misure (più tributarie che fiscali, a dire il vero) che impongono aumenti e nuove tasse, e che secondo i più andranno a colpire solo le fasce più deboli e la classe media.
Non é la prima volta che ci sono scioperi e proteste (che qua sono parecchio violenti), non é la prima volta che ci scappa il morto (purtroppo), ma noto questa volta una mobilitazione molto diffusa, forte e a vari livelli contro questa riforma, approvata in tutta fretta e credo maldestramente da una classe politica considerata incapace, corrotta e interessata solo ad arraffare tutto l’arraffabile nel più breve tempo possibile.
Non entro nel merito della correttezza o meno delle misure, che sono state adottate per tentare di riempire una spaventosa e inattesa voragine che il nuovo governo ha ereditato dal vecchio (entrambi dello stesso partito): sarebbe lungo e complesso, e ritengo non solo che questa non sia la sede ma anche di non avere gli strumenti per argomentare compiutamente.
Spero solo che il Paese possa superare i difficili momenti che si profilano con maturità e civiltà.

Cristo viene

La Repubblica Dominicana é un Paese di tradizione cattolica, e tuttora a maggioranza cattolica (62% nel 2002). A Santo Domingo, nel centro della Zona Colonial, si trova la Catedral Primada de América (Basílica Catedral Metropolitana Santa María de la Ecarnación Primada de América), la prima cattedrale di tutta l’America, consacrata dal Papa Giulio II nel 1504. Tanto per parlare di primati, sempre nella Ciudad Colonial si trovano le rovine dell’Hospital San Nicolás de Bari e del Monasterio de San Francisco, rispettivamente primo ospedale e primo monastero del Nuovo Mondo (siam mica qui a pettinar le bambole!).

La religione cattolica ha un ruolo determinante nella storia dominicana, anche con personaggi chiave per lo sviluppo del Paese, e ancora incide fortemente nella vita sociale e politica. Anche più di quanto (almeno apparentemente) accade in Italia.

Qui per esempio il tostissimo arcivescovo di Santo Domingo (perdón, Su Eminencia Reverendísima Nicolás de Jesús Cardenal López Rodríguez, Arzobispo Metropolitano de Santo Domingo, Primado de América y Presidente de la Conferencia del Episcopado Dominicano)

interviene quotidianamente con omelie e giudizi su tutto quello che succede, dalle elezioni alle liti interne dei partiti (dove viene chiamato a fare da paciere), dai casi di cronaca alla contestatissima riforma fiscale, dalla politica energetica dello Stato al traffico insopportabile.
E il potere della Chiesa Cattolica é riconosciuto e indubbio, tanto che nel 1954 fu firmato un Concordato tra la Santa Sede e la Repubblica Dominicana (all’epoca dominata dal dittatore Trujillo).

I cattolici sono la maggioranza, epperò sono tradizionalmente alquanto pigri in quanto a praticare.
E succede quindi che i cristiani protestanti (soprattutto evangelici) si facciano sentire maggiormente nella calle, tra la gente. Inizialmente soprattutto nelle classi meno abbienti, però recentemente sempre più anche nelle classi bianche e ricche e potenti.

Accade sovente per strada di ritrovarsi in mano volantini con salmi e inviti a pentirsi, o ascoltare predicatori improvvisati (in tutti i sensi) con megafono. A me é successo nella guagua che mi portava alla spiaggia, che improvvisamente un passeggero/a si alza e comincia a predicare invitando alla conversione e al pentimento perché bisogna prepararsi: si avvicina la fine del mondo e giá “Cristo viene”.


Esperansa

Quando ho visto il nome tracciato a pittura sulla barchetta in spiaggia ho detto a Gianpier che mi doveva assolutamente fare una foto.
Mi intrigavano il concetto, l’errore grammaticale (in spagnolo si scrive con la Z come in italiano) e il ricordo della meravigliosa canzone di Armando De Raza (che in questo video appare con Gegé Telesforo).

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Colazione

Melting pot

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Cose di poco conto

Oggi ho imparato una parola nuova dalla novia, non so se dominicana o spagnola (la parola, dico: la novia è dominicana e lo so!), che ancora una volta ha confermato come il nostro dialetto abbia origini (anche) spagnole. “Chuchería” (pronuncia “ciucierìa”) significa una cosa insignificante, di poca importanza (bazzecola, inezia, quisquilia, sciocchezza).

Proprio come diceva Zio Mimino.

Coffee break

Qualche tempo fa sono stato invitato ad un master sulla pubblicità per raccontare a parole mie come si fa una strategia. Una due giorni ben difficile, posso giurarlo, perché era la mia prima lezione in spagnolo (bueno, nel mio strano spagnolo), che però è andata molto bene, a sentire i giudizi dei ragazzi e dei colleghi. In una pausa mi sono concesso un caffè nel giardino del campus universitario. Evidentemente si era sparsa la voce che sarei arrivato (per citare Daddy), e mi hanno fatto trovare il mio amato Illy.

Ambidestro

Non so come spiegare al mio sarto che si dice “unisex”!

madeinitaly/2

Come raccontavo in un post precedente, il finto madeinitaly qua abbonda.

Ecco qua un altro mirabile esempio.

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Il mattino ha il fritto in bocca

Ma che bella giornata! Ti svegli, spegni il condizionatore, apri la finestra per cambiare l’aria, e ti avvolge il profumo fragrante del salame appena fritto.
La colazione del dominicano è sabrosa e sostanziosa: mangú encebollado (puré di platano con deliziose rondelle di cipolla rossa cruda), uovo fritto, formaggio fritto e salami fritto (che non é il nostro salame ma un generico insaccato grassissimo).
¡Buen apetito!
E buona giornata!

Di tutto, di piú


Come in tutte le parti del mondo anche a Santo Domingo ci sono bazar dove trovi di tutto, ma proprio di tutto.

Dettagli

Le medicine qua si vendono anche ‘al detalle’, per lo meno le più comuni, da banco. E quindi se uno ha mal di testa si compra le sue due pillole e non deve per forza portarsi via una confezione da 20. Una cosa buona, decisamente, perché si spende poco e si spreca meno.

Ricordo che in Italia si discute da sempre di adottare (tornare a) questo sistema, e immagino quali siano le resistenze.

Anche nei colmado si vende al dettaglio, come del resto era da noi fino agli anni 60: puoi comprare tot libbre di zucchero, o di formaggio, di burro, di ghiaccio, o per esempio una sola sigaretta.

Siesta

La prima volta che ho visto in ufficio, a ora di pranzo, un collega dormire con la testa poggiata sulla scrivania ho pensato che magari non si sentiva bene.

Poi ho imparato che è costume.

La pennica post-prandiale al lavoro è pratica diffusa. Capoccia sul tavolo, e vai!

Suave

Oggi non funzionano i telefonini. Congestione sulla rete. Provi a fare chiamate e ti dice che tutti i circuiti sono occupati, di riprovare più tardi. Inconcepibile. Vado dai miei colleghi incredulo, e mi rispondono sconsolati che puó succedere, non c’è di che stupirsi. “Cógela suave”, mi dicono.
Effettivamente è una delle cose che ho imparato: in questo paese (e in generale dappertutto), se vuoi sopravvivere senza rovinarti il fegato devi (a parte non esagerare con i tragos, i drinks) “cogerlo suave”,  prenderla con filosofia, take it easy.
Ci sono gli apagones e va via la luce tutto il giorno? I politici pensano solo a rubare (e senza nessun ritegno)? Il traffico è pazzesco e per fare due chilometri ci vuole un’ora? Hai parcheggiato sotto casa e ti hanno rubato le 4 ruote? Fermo al semaforo rosso hai fatto l’errore di abbassare il finestrino e un ladrón in moto ti punta la pistola per fregarti soldi e telefonino? Stai attraversando sulle strisce e le macchine non solo non si fermano ma ti suonano pure perché ti fermi tu? La novia ti chiama e sveglia alle 4,30 di mattina (perché inavvertitamente schiaccia il bottone del telefonino che tiene nel letto, ma questo tu non lo sai) e tu non puoi manco richiamarla per sapere che cacchio succede perché “tutti i circuiti sono occupati”?
Cógelo suave!

Ferrari

Il numero di Ferrari che incontro ogni giorno a Santo Domingo è davvero impressionante.
Questa al posto della targa (che sarebbe – dico sarebbe – obbligatoria) ha messo la pubblicità dell’a dir poco pittoresco ex Presidente Hipolito Mejía, che quest’anno si ricandida con lo slogan “Llegó Papá” (è arrivato papà), il che dice molto del personaggio.

Guarda chi c’è

U curl!

Binario (triste e solitario)

Come tutti sanno 😉 il sistema numerico binario è un sistema numerico posizionale in base 2, cioè che utilizza 2 simboli, tipicamente 0 e 1, invece dei 10 del sistema numerico decimale tradizionale. Di conseguenza, la cifra in posizione n (da destra) si considera moltiplicata per 2(n − 1) anziché per 10(n − 1) come avviene nella numerazione decimale. Nato nel secolo XVII, fu riscoperto dalle  grandi scuole di logica matematica del ‘900, e porterà alla nascita del calcolatore elettronico. Tale sistema è infatti usato in informatica per la rappresentazione interna dei numeri, grazie alla semplicità di realizzare fisicamente un elemento con due stati anziché un numero di stati superiore, ma anche per la corrispondenza con i valori logici di vero e falso.
Ora, potete facilmente immaginare il mio stupore da filologo-matematico 😛 quando mi sono reso conto che in Repubblica Dominicana non considerano lo zero.
Cioè, per essere precisi, lo zero non viene considerato nel contare i piani di un edificio.
Io, per esempio, abito al terzo piano, epperò qui è il quarto.
Il piano terra – zero o PT negli ascensori – non c’è, non esiste. Il piano terra qui si chiama primo piano.
E di conseguenza quello che per noi è primo piano qua è secondo, il secondo il terzo, ed ecco spiegato come mai io sto al quarto anche se secondo me sto al terzo.
L’ascensore di Pagés BBDO – l’agenzia di pubblicità in cui lavoro – si regola di conseguenza: come si vede dalla foto, si passa direttamente dal -1 (seminterrato) all’1, dove sta la reception o lobby (che per noi sarebbe PT /piano terra o 0, per l’appunto).

L’immagine dell’ascensore mostra anche quanto io sia considerato all’interno dell’agenzia: vedi cosa dice la legenda ai piani 4 e 5 del prestigioso edificio (di cui sotto riporto foto).

😛

Cessi

E lo so che ci saranno cose più amene e interessanti di cui parlare.
Ma non vi scordate che l’intenzione è quella di raccontare il mio modo di vivere Santo Domingo nel day-by-day, e poche cose fanno parte del day-by-day più di questa.

Il gabinetto, tazza o cesso che dir si voglia, qua si chiama inodoro (sic).
Ma non è il nome, il dettaglio che ci interessa.
Sono altri due.

Il primo è l’acqua alta.
Il secondo è la carta igienica che diventa non igienica.

Andiamo per ordine.
Come credo si veda nella foto, il livello dell’acqua dei cessi dominicani è più alto di quelli italiani.
Nel gabinetto italiano l’acqua rimane nel buco, mentre qui arriva fino alla metà della sua altezza.
E sticazzi, commenterete, travolti dall’eleganza dell’argomento.
E fino a un certo punto, vi rispondo.
Chiunque abbia avuto rapporti con gabinetti siffatti, sa quali sono le antipatiche implicazioni. Soprattutto se siete uomini e siete in short o mutande perché fa caldo (come guarda caso qua succede abbastanza spesso): farete la pipì assumendo posizioni tra le più strane e ardite, tentando inutilmente di porre le gambe a distanza di sicurezza dagli schizzi di ritorno.
E se invece della pipì farete altro, seduti, la situazione non migliora. E in questo caso, cambiare posizione non si può.

Lo so, non è propriamente igienico. Neanche parlarne o scriverne.
Ma questo è niente, se ci aggiungete la seconda caratteristica dei gabinetti locali.
Ossia che la carta igienica dopo l’uso non si butta dentro, perché se no il cesso si tappa.
La carta igienica si getta quindi nel cestino che in ogni toilette sta affianco alla tazza.
Cestino che a volte possiede l’auspicabile e a questo punto indispensabile coperchio, e altre lamentablemente no.
Simpatico, eh?

Le ragioni di queste scelte strutturali (che non esito a definire sciagurate, pronto a rettifica in caso mi si dimostri il contrario) mi sono del tutto sconosciute.
Giro la domanda al mio amico Marco, che vive da più tempo in Repubblica Dominicana e che in fatto di cessi, per via della sua antica professione di venditore di ceramiche e sanitari, se ne intende molto più di me.

Ah, ci sarebbe una terza cosa da raccontare, e cioè che l’acqua dello sciacquone gira al contrario rispetto all’Italia, però in questo caso mi dichiaro del tutto ignorante: non so se si tratta di una mia impressione o di una realtà fisica.

E con ciò possiamo chiudere questo post tanto ameno.

madeinitaly

Mi era già capitato a Cuba di incontrare nei negozi camicie, pantaloni, cravatte, scarpe, occhiali e accessori di marche italiane a me del tutto sconosciute, improbabili testimonial della moda italiana. “Fariani Italy”, “Ninno Vera – Milano”, “Barsotti”, per citare solo qualche nome.
Santo Domingo ne è piena. A volte si tratta di roba decente, più spesso di cose abbastanza dozzinali e lontane dallo stile che ci ha resi famosi nel mondo. 
Di madeinitaly insomma non c’è quasi mai nulla, a parte il brand name, che deve inequivocabilmente suonare italiano, tanto che a volte si storpiano nomi famosi o comunque “italiabili”, come nel caso di “Venetto”, “Gabicci” o “Enzio Romano”. In un negozio un giorno ho visto una cinta  “Enzo Bocelli” >:-(
Mi dicono che ste marche vengono tutte da Panamá, o anche dalla Zona Franca di Santo Domingo o Santiago.
Il marchio più presente è senza dubbio “Fariani Italy”, che a riprova della sua italianità produce addirittura la guayabera, che è tutto tranne che italiana, e che qui è un classico dell’abbigliamento formale e si chiama chacabana.  
Mi ha fatto ridere la confezione di queste scarpe “italiane”, con tanto di Colosseo: il testo sul coperchio mi sa tanto di italiano da google translate.
Io per la mia collezione kitch il mio cappellino finto italian fashion me lo sono comprato appena arrivato qua (e si vede pure nella foto del profilo). 
Come avrei mai potuto resistere alla tentazione?
Già mi vedo, nell’after party del fashion week milanese, esibire orgoglioso il mio cappellino “Ninno Vera, Milano”. 
Trendissimo.
O – come  si dice da queste parti – cool, chulo, aperísimo!

Besos

Oggi compio un anno. Nel senso che esattamente dodici mesi fa iniziava la mia avventura dominicana.
Una delle prime cose che ho imparato, e a cui mi sono abituato, è che le donne si salutano sempre con un bacio. Rigorosamente uno solo, rigorosamente sulla guancia destra. Ossia a sinistra per chi bacia, al contrario delle nostre abitudini, e quindi potete immaginare che non è raro chocare, ossia scontrarsi andando nella stessa direzione.
Gli uomini invece no. Mai.
La stretta di mano è la regola (con le differenti varianti che la cultura afroamericana ha importato anche qui), in alcuni casi è ammesso l’abbraccio, ma non troppo stretto e caloroso, quasi uno sfiorarsi un po’ di lato dandosi una pacca vicendevole sulla spalla. 
Bando alle effusioni.
Il machismo impera, da queste parti.

Girano le palle

Ieri pomeriggio ero seduto in terrazza.
Dalla strada mi arriva il classico e fastidiosissimo rumore delle palline clic clac.

Penso a un dejavú, e invece no. Pare che da ste parti siano in voga tra bambini e ragazzi.
E sono le stesse che facevano furore da noi negli anni 70 (e che poi furono vietate perché pericolosissime per i polsi), e non la moderna e sicura riedizione con le stecche di plastica.
Manca solo che imparino a cammnare trascinando e sbattendo il tacco degli zoccoli simil-dottorscholls, e dalla mia terrazza mi teletrasmetto automaticamente sul balcone di Corso Manfredi, in un assolato e afoso primo pomeriggio d’estate, aspettando di andare a Radio Manfredonia Centro per il quotidiano programma di musica rock (il pomeriggio – per ragioni a me tuttora sconosciute – non si andava in spiaggia, e quindi si era costretti a dormire, nonostante il caldo bestiale e – appunto – i fastidiosi rumori provenienti dalla strada; io, che da buon milanese non avevo sonno, combattevola noia e l’afa con la musica).
Colonna sonora “Sotto il segno dei pesci” – a proposito di suoni fastidiosi – proveniente dalla vicina sala giochi.


PS Un premio per chi mi dice il nome del burbero venditore ambulante di zoccoli, pianelli e altre cose da spiaggia che stava nella discesa della Stella

Nessun congedo

Hola, buenas, buenos días, buen día, que tal, como te sientes, como está todo, como anda, como tu tá, que lo que hay, KLK, móntame, …
Ci sono tanti modi per salutare, in Repubblica Dominicana.
Formale o confidenziale, elegante o volgare, ognuno ha il suo modo, molto spesso più di uno, a seconda dell’occasione.
Il più comune e trasversale è “saludo”. Si usa incontrandosi ma soprattutto entrando in un negozio, ufficio, guagua e cosí via.
Mi ha favorevolmente colpito notare che generalmente il dominicano è abituato a salutare: è una buona regola di buona educazione, a tutti i livelli.
Proprio per questo mi ha negativamente colpito notare che invece generalmente non è abituato a salutare nell’atto di congedarsi, ossia quando esce dal negozio, ufficio, guagua e così via.
Anche molti dei miei colleghi dell’agenzia escono dall’ascensore o dal mio ufficio o dalla cucina senza salutare.
Io invece uso il “ciao”, che mi qualifica come italiano non pentito, e che tra l’altro ho scoperto essere particolarmente cool tra i dominicani più cool – quelli che qualcuno chiama simpaticamente “come mierda” 😀
Altrimenti utilizzo i classici hasta luego, nos vemos, adios, etc., o formule più cortesi come “que tenga un buen dia”, “que la pase bien” o, in caso di amici/amiche che si congedano, il diffuso “cuidate” (che non ha un corrispondente italiano – gli inglesi direbbero “take care” – e la cui risposta corretta è “igualmente” o “igual”).
Epperò come dicevo gli altri generalmente non si congedano.
Raramente un babai (bye bye), la forma più diffusa.
Se no niente.
All’inizio mi dava fastidio, poi mi è sembrato di capire che non sia tanto questione di educazione quanto di cultura locale, di abitudine consolidata.
Mah. Approfondirò.
Quello che invece mi dà veramente fastidio è quando mi rispondono “ooochei”.
Cacchio significa?
OK che cosa?
Io dico arrivederci e tu rispondi OK?!
Ma per piacere.
Spesso mi rispondono OK pure quando dico “gracias”. La risposta più comune è “a su orden” o “a la orden”  (è anche un modo di rispondere a telefono); se no, non mi rispondono niente o – per l’appunto – mi becco un “ok”.
Immaginate il dialogo. Io pago il barber shop dopo essermi fatto la barba e uscendo dico: “gracias, hermano”.
E lui: “OK”.
😦
A telefono ho imparato a stare attento. Se parli con qualcuno devi evitare di dire “OK”, se no ti chiude il telefono in faccia, perché ritiene la conversazione conclusa. Della serie “Che dici, mi amor, ci vediamo stasera?”. “OK”. Clic.
La mitica doctora Cira, che ho scelto come mio medico qui, una cubana trapiantata da moltissimi anni in RD, mi congeda sempre nello stesso modo.
Io le dico “adiós doctora, gracias” e lei col suo vocione burbero e roco risponde immancabilmente “te quiero!”.
Molto meglio di un “OK”.

No entiendo

Ad oggi sono 9 mesi che vivo nella Repubblica Dominicana, e ci sono ancora cose del vivere quotidiano che non comprendo e ci convivo (e altre che non comprendo e mi danno i nervi).
Certo, il tempo aiuterà a conoscere e capire sempre di più, ma il tempo serve anche ad abituarsi, assuefarsi, accettare magari passivamente ciò che invece colpisce, stupisce, a volte indigna il nuovo arrivato.
E se da un lato questo è normale ed anche auspicabile per una migliore integrazione, convivenza e sopravvivenza, dall’altro vorrei fare in modo di mantenere un punto di vista terzo, laico, da esterno; che magari riconosce e comprende ciò che vede e gli accade, anche quando raro, ma non per questo lo archivia automaticamente come normale, accettabile e ineludibile.
Il rapporto con la basura (monnezza) è un esempio, forse il più lampante. Buste di spazzatura buttate per strada, ad ogni angolo, anzi: davanti ad ogni casa, perché dicono che così è abituato il dominicano, e se mettono i cassonetti se li fregano. Epperò in questo modo si nutrono cucarachas e ratones (grandi anche come conigli), le strade puzzano, camminare a piedi diventa un camel trophy.

Gli apagones sono un altro esempio: buona parte della città convive con i blackout programmati, da tot ora a tot ora a seconda della zona. Pare che sia una vendetta contro gli allacci clandestini e le bollette non pagate: che importa se così si punisce indiscriminatamente tutti, anche e soprattutto quelli che la luce la pagano (e salata!) ma che non si possono permettere un costoso generatore. Provate a pensare quanto può dare fastidio (per usare un eufemismo) vivere nella turistica e costosa Zona Colonial, e stare sabato e domenica senza luce per dodici ore di fila, e per varie settimane di seguito – quando proprio nel weekend potresti dedicarti alla lavatrice ed altre faccende domestiche.
Sono soltanto due esempi (potrei continuare, con questioni anche più gravi, come la crescente mancanza di sicurezza o la egualmente crescente corruzione) delle cose di questo Paese che non comprendo, che credo si potrebbero risolvere con uno sforzo non enorme, di buona volontà se non addirittura di buon governo, e che invece sono e continuano ad essere così, se non peggio.
Perché solo poche isolate voci si levano a segnalare e protestare, mentre la maggioranza della popolazione mi sembra accetti passivamente, subisca sconsolata; tanto è inutile, fa caldo e non vale la pena sforzarsi.
Non vorrei essere frainteso: se vivessi nel terzo mondo, in un villaggio di case di fango con tetto di foglie di banano, comprenderei e non avrei molto da protestare. Ma questo è un Paese civile, avanzato anche se si definisce ancora in fase di sviluppo, ma che nel frattempo si vanta dei suoi progressi e in molti casi si propone come modello per l’area.
Io vivo in una metropoli di oltre 3 milioni di abitanti, dove ci sono più jeepetas/SUV che in Italia, dove l’affitto mensile di un appartamento di 2 camere in una “torre” vista mare (le torri sono i lussuosi grattacieli che spuntano come funghi) costa anche 2500 dollari, dove si contano più mall/centri commerciali che a Roma o Milano (e qui IKEA ha deciso di aprire il primo store di tutto il Sudamerica), dove certo le contraddizioni e i contrasti sono tanti, ma questo non può bastare a spiegare e giustificare tutto quello che non va.
I politici sono corrotti, i funzionari pure, la polizia non ne parliamo. Questo spiega le cose che non funzionano, questo mi dicono sempre tutti, dal tassista al costruttore, dal colmadero al giornalista, dal barbiere al direttore creativo.
E la cosa incredibile è che non si tratta di vox populi: la notizia è riportata tranquillamente dai media, anche da quelli più paludati e filogovernativi, senza che però ciò determini una rivolta o – che so – per lo meno lo sdegno generale.
Tempo fa per esempio mi è capitato di leggere su un giornale i risultati di un’indagine condotta da Gallup (serissima società internazionale): “las cinco instituciones consideradas como las más corruptas en el país son los partidos políticos (52.5%), la Justicia (49.8%), la Policía (44.6%), el Congreso (40.9%), y la Dirección de Prevención de la Corrupción (33%)”. Il che la dice tutta. Se chi controlla è compare del controllato siamo a posto.
Senza arrivare al Brasile, già l’esempio della Colombia, i progressi per molti versi incredibili (e non solo di facciata) compiuti da Antanas Mockus e dai successivi sindaci di Bogotà, che hanno cambiato radicalmente e positivamente la capitale potrebbero, secondo me dovrebbero ispirare un cambio di direzione, una svolta epocale e davvero progressista.
E non vale dire che il Paese non è pronto, che il popolo bue non capirebbe.
È il solito alibi di comodo, di chi preferische che tutto rimanga com’è perché com’è è come gli conviene.
Possibile che in questo posto non ci sia un partito, un movimento, un gruppo, un quaccheccosa che esprima questo stesso mio sentire?
Indagherò.
Per il momento, non capisco.

16 Agosto

Ero in taxi, di ritorno da un colloquio con un’agenzia di pubblicità, e come sempre faccio guardavo fuori dal finestrino. Anche se è lo stesso tragitto che ho fatto mille volte c’è sempre uno squarcio, un volto, un gesto, un cartello, insomma algo interessante o curioso.
Erano i miei primi mesi in Capitale, e quindi cercavo anche agli incroci i nomi delle strade per tentare di memorizzarli nella mia mappa mentale. Un esercizio in frustrazione, a dire il vero, visto che già dai tempi dei boy scout mi resi conto di non possedere alcun senso dell’orientamento (genetica, direi, se penso ai giri in tondo di mio papà sul Raccordo Anulare ogni settembre romano, alla ricerca dell’uscita giusta per la Cristoforo Colombo e i Tre Pini), e visto soprattutto il fatto che da tanto la mia memoria ha deciso di lavorare poco, e ricordare solo quello che vuole lei, random, senza distinguere tra cose belle o brutte, vecchie o nuove, importanti o insignificanti. Non è stato un processo graduale di degrado: semplicemente a un certo punto ha smesso di funzionare come prima, anche se mi sfugge l’esatto momento in cui è successo. 😀
Per evitare il prevedibile tapon dalle parti della Mexico con Duarte, il chofer scelse un percorso alternativo verso casa, che scendesse al Parque Independencia. Fu così che scoprii la Calle 16 de Agosto.
Il fatto che a Santo Domingo avessero deciso di dedicare una strada (non bellissima, ok, ma centrale) al mio genetliaco mi inorgoglì non poco, confermando l’impressione di stare vivendo nel posto giusto.
Naturalmente le ragioni erano ben altre, come mi spiegò il chofer parlandomi di una data storica importante per la indipendenza della Repubblica.
Ho quindi appreso che il 16 Agosto del 1863 (esattamente cento anni prima che io comparissi) un gruppo di patrioti diede inizio alla Guerra de la Restauración, per riportare la giovane repubblica sotto la sovranità dominicana, dato che due anni prima il generale Santana – primo presidente costituzionale – aveva improvvidamente firmato un patto di riannessione alla Spagna. La Corona Spagnola avrebbe poi definitivamente abbandonato l’isola nel 1865, restituendo la Repubblica Dominicana ai patrioti che tanto avevano lottato per l’indipendenza.
Il 16 agosto è quindi il Día de la Restauración, e tutto il Paese si ferma a festeggiare.
Con una certa e certamente immeritata fierezza, celebrerò anche io i miei 47 (perdón, 27) anni.

Colmado

foto da travelblog.org

Nonostante la diffusione di supermercati e ipermercati, il colmado resta un punto di riferimento fondamentale per i dominicani. Al colmado si trovano generi alimentari, ghiaccio, bottiglioni di acqua (quella del rubinetto non è potabile), succhi, refrescos (cola e sode varie dai colori e gusti spesso improbabili), detersivi, condom, una pillola per il mal di testa o per la resaca (il dopo sbornia), una tarjeta (ricarica) per il cellulare, le sigarette, e così via.
La varietà dell’offerta cambia a seconda delle dimensioni e caratteristiche del colmado, che a volte propone anche un po’ di frutta, ortaggi, carne, e pure sandwiches. Se è grande, si chiama supercolmado o colmadon.
Ma al colmado si va anche per bere una fria (birra) o un superalcolico (il classicissimo ron oppure il uiki, come lo chiamano qua, venduti in bottiglie dalla mignon alla magnum, passando per la diffusissima fiaschetta) magari in compagnia, seduti sulle sedie di plastica dentro o fuori. E quindi diventa un luogo di socializzazione, soprattutto se ha una radio, uno stereo o un juke box che manda musica e/o video a tutto volume, e se ha uno spazio adatto per ballare.
Il vantaggio del colmado è che è comodo, perché ce n’è sempre uno vicino casa, vende anche sfuso (una sigaretta, una libbra di zucchero o di burro), è aperto tutti i giorni fino a tarda sera, e consegna a domicilio (in mancanza di campanelli o citofoni, parte l’urlo “colmado!”, uno dei primi suoni che ho imparato a conoscere in Repubblica Dominicana dopo il merengue e l’assordante antifurto delle auto, che parte col clacson e poi segue con altri tre o quattro allarmi in successione – un autentico strazio: non appena imparo come si fa lo registro e lo posto).
La mia fidanzata, che è una tipa precisa, mi ha insegnato che qualunque cosa si compra al colmado – bottiglie, lattine, etc. – va lavata con acqua calda (per chi ce l’ha), onde proteggersi dalla leptospirosi, dato che lo stoccaggio delle merci non sempre avviene in locali propriamente igienici (anzi), e i numerosi ratones presenti da queste parti ne approfittano più che volentieri 😦
Pensavo fosse una precauzione eccessiva, fino a quando non ho visto in tv un’intervista al locale Ministro della Salute che raccomandava vivamente la stessa cosa, e ho dovuto regolarmi di conseguenza pure io.
Il che vuol dire anche – ahimé – rinunciare alla fria (birra) servita dal colmadero ceniza (ghiacciata).
Bueno, più che rinunciare, diciamo limitare.
Eccheccà! 😉

foto da acoste.net

Falsi amici

Credo sia capitato a tutti, nella vita. Praticamente impossibile evitarli, anche con tutte le dovute accortezze.
L’esperienza insegna, è vero, epperò il nemico è sempre dietro l’angolo, pronto ad ingannarti.
E allora parliamone.
Italiano e spagnolo sono lingue molto simili, hanno una radice comune, ed è quindi facile incontrare parole che si somigliano, e che hanno lo stesso significato. Questo aiuta molto nella comprensione (quando non parlano a trecento all’ora) ed ovviamente nell’apprendimento.
Il problema è che proprio per questo uno magari si rilassa, si “allarga”, e rimane stupito e interdetto quando incappa in quello che comunemente si chiama “falso amico” (false friend in inglese), ovvero quei termini che in spagnolo sono uguali o simili ad altri italiani, e che invece hanno un significato completamente diverso.
Il caso secondo me più eclatante è quello di aceite, che in spagnolo significa olio (!) e non aceto, come si sarebbe naturalmente portati a pensare (l’aceto invece si chiama vinagre).
Rimanendo nel food, non vi arrischiate a chiedere in albergo a colazione dev’è il burro, perché significa asino; meglio optare per mantequilla.
Non vi dico la mia faccia quando a Cuba un cameriere mi servì un Cuba Libre e mi chiese se volevo un asorbente; mi è stato poi spiegato che trattavasi di cannuccia, e mi sono tranquillizzato.
Gli esempi sono tanti: la salida è l’uscita, la tienda è il negozio (mentre invece negocio indica l’affare, il business), il vaso è il bicchiere, largo significa lungo. E così via.
Ci sono anche casi curiosi: esposar in spagnolo vuol dire ammanettare, e probabilmente una ragione ci sarà.
Poi ci sono i termini spagnoli che magari non somigliano al corrispondente italiano, ma sono identici nel mio dialetto. Questi sono veri e propri amici: basti citare l’esparadrapo (cerotto o nastro adesivo per fermare i bendaggi) o il montòn, che è il mucchio (il che mi ricorda un urlo/richiamo comune nella mia infanzia: “u’ mundon!”) o ancora escampar, che si usa quando la pioggia si ferma, ossia quando scampa, per l’appunto.
Mi fermerei qui, ma non posso proprio chiudere senza citare il caso più eclatante e divertente di corrispondenza tra foggiano e spagnolo (spagnolo caraibico per quel che so, ma accetto correzioni).
A Cuba scoprii che il pene si chiama pinga, e ho riso come un cretino per almeno un’ora (mentre la giovane mi guardava con stupore ed un certo raccapriccio).
Le ragioni di questa incredibile coicidenza linguistica mi sono tutt’ora ignote.
Ogni contributo (serio e costruttivo) è il benvenuto.  🙂

Noche

Avenida Venezuela, foto da www.dr1guide.com

A Santo Domingo la noche è decisamente caliente, come non è difficile immaginare.
Alla gente piace divertirsi, ascoltare musica e ballare, il tutto accompagnato da abbondante birra e ron. Succede nei colmado (i nostri “alimentari”), ma anche nelle vie o nelle piazze: basta un’auto con casse potenti, un frigo portatile e vai.
Ovviamente la città è piena di ristoranti, bar, locali, discoteche di ogni tipo.
Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche.
Ci sono le caffetterie normali e i lounge bar più trendy (frequentati da ricchi bianchi o ricchi anyway), le trattorie e i ristoranti internazionali (compresi i tantissimi italiani), le discoteche popolari e quelle degli hotel o comunque da fighetti (dove spesso la selezione all’ingresso è rigida, e non entri se – per citare un ridicolo esempio – porti scarpe da ginnastica, qui conosciute come tenis). Ci sono i locali gay, quelli alternativi, il karaoke (diomio), i nights, insomma tutto quello che ti immagini di trovare in una capitale da 3 milioni e mezzo di abitanti, ridanciana, godereccia e a volte esagerata.
L’elenco non è esauriente e non vuole esserlo, solo racconterò – magari in vari post – le esperienze curiose o comunque interessanti.
Io mi trovo meglio nei posti popolari, che non se la tirano, purché ovviamente siano tranquilli.
La sicurezza è importante, considerato il tasso alcolico medio e la diffusione di armi in questo paese (sarebbero vietate, ma di gente che gira con la pistola ce n’è tantissima). Diciamo che la sicurezza è una variabile determinante in ogni senso da queste parti, ma il discorso merita trattazione separata.
Mi piace andare nei locali dove si suona musica tradizionale o jazz (non molti, purtroppo), oppure nei disco bar ad ascoltare i dj set spesso raffinati e aggiornatissimi.
Non disdegno i colmadón, dove tra sedie di plastica e casse di birra rovesciate si beve e si balla merengue, bachata, salsa e reggaeton. Caratteristico anche il car wash, autolavaggio di giorno e discobar di notte. Molto popolari i drinksliquore store, supermercati di alcolici grani o piccini, dove si compra alcol e si beve fuori (ti danno anche ghiaccio e bicchieri di carta).
Per ballare mi piace la “Venezuela”: una strada nella zona orientale della città (qua dicono akelladoakellao, ossia al di la del fiume, passato il ponte sul fiume Ozama). Lunga e larga, parecchio trafficata, diciamo pure convulsa, dal giovedì in poi. Trovi un po’ di tutto, e puoi spostarti da un locale all’altro provando differenti stili e ambienti, dal basico al trendy.
La prima volta è stato uno shock.
Non ho mai visto una tale concentrazione di belle ragazze in vita mia. E, in vita mia, credo di aver girato abbastanza.
Non è solo che siano belle, tirate e profumate, è che sono davvero tante. Provando a fare una mano di conti, direi che almeno il 70% sono belle, e una buona percentuale di queste ti fa girare la testa.
Soprattutto morenas, indias (sarebbe il ceppo originario, più chiare delle mulatte o morene) , chinas e mescolanze varie. Ma, di qualunque colore e sfumatura, maledettamente belle e sexy.
I dominicani sono – generalmente e con le ovvie  numerose eccezioni – gente amable, ed è quindi possibile in una discoteca o discobar avvicinare una ragazza ed invitarla a ballare senza beccarsi un’occhiataccia o una risposta sdegnosa da parte sua. La buona educazione e l’intelligenza suggeriscono di chiedere il permesso in presenza di accompagnatori, magari evitando nel caso trattasi di ceffi poco raccomandabili o comunque ben piazzati. Certo influisce il fatto di essere stranieri, ma insomma le cose di norma si svolgono in maniera abbastanza easy.
Io mi diverto a vedere quell’impunito dell’amico mio – ballerino fenomenale – che sceglie la bellissima preda e l’invita a ballare. Lei accetta non senza una certa compassione verso il temerario straniero bianchiccio; della serie “sei sicuro? guarda che io ballo sul serio, rischi una figura…”. Dopo i primi passi, puntualmente, lei si gira a guardare le amiche con tanto di occhi, a dire “coño, pero como baila ese maldito!”.
Ogni volta, stessa scena.
Subito dopo il ballo, se vale la pena, scatta la chiacchiera con immancabile passaggio del numero di cellulare.
Finirà bene? Ci sarà química tra i due?
Quién sabe.
Speriamo solo che lei abbia un’amica carina.
E che magari mi insegni pure a ballare.

Rolos y redecilla

Per le dominicane stare “in ordine” è assolutamente fondamentale.
Difficile incontrare la sera in giro per locali una chica, una mujer che non sia curata e profumata.
Per questo la preparazione prima della salida (uscita) è lunga e laboriosa.
E andare anche più volte a settimana al salón /peluqueria, come già detto in altri post – è un must. Per questo ce n’è una valanga. Ad ogni angolo.
Anche perché molti datori di lavoro (banche per esempio) impongono alle impiegate di andare a lavorare col capello liscio (incredibile ma vero), dato che il capello riccio /afro non è socialmente benvisto (qua parlano di “pelo malo”).

Quando non si può andare al salón ci si arrangia a casa, e quando i capelli non sono in ordine si esce coi rolos, coi bigodini, magari per andare a far la spesa (non è insolito vedere al super la doña coi bigodini in testa).
Ma è molto più comune (quanto orripilante) la redecilla, la retìna, portata con assoluta disinvoltura sia in casa che per strada (e in alcuni casi al lavoro).

Un giorno in clinica

Vivo qui da troppo poco tempo per dare un’opinione ponderata e complessiva del sistema sanitario dominicano. E poi – grazziaddio – sto abbastanza bene.
Però posso riportare le mie prime impressioni, e poi magari riprenderemo l’argomento.
Mi avevano detto, e avevo letto, che in Repubblica Dominicana la sanità pubblica non è proprio un granché, e che conviene affidarsi alle cliniche private.
Io non so come sia la sanità pubblica: mi dicono che è pessima, personalmente ho solo accompagnato una sera al pronto soccorso la novia, che non si sentiva bene, ed effettivamente sì, l’ospedale è vecchiotto; ma più di questo non posso dire.
Invece ho avuto a che fare con le cliniche private.
Mi sono fatto il mio seguro medico, perché senza assicurazione mi hanno spiegato che non conviene stare.
Il mio piano costa circa 30 euro al mese, e mi copre l’80% di tutte le spese (anche per le medicine).
Ho quindi scelto una clinica, una grandicella tra le centinaia che sono qui in Capitale, soprattutto a Gascue, il quartiere pieno di alberi non lontano dalla Zona Colonial, e sono andato a consulta da un dottore (da qualche tempo mi fa un po’ male la schiena).
Niente di che, mi fa lui dopo la visita, però visto che ci siamo facciamo un bel checkup completo. Analisi del sangue e delle urine, ecografia, radiografia, tac.
Mi dico: adesso comincia il bello. Sai che rottura.
Invece ho fatto tutto in un giorno. Il giorno stesso.
Tutto.
E l’indomani avevo tutti i risultati.
Quelli delle analisi sono arrivati online, nella mia area privata del sito del laboratorio (così li può consultare anche il mio medico italiano…).
E cioè qui funziona che uno va in clinica, chiede di fare una tac, paga 8 euro (il prezzo di una bottiglia di vino decente, per capirsi, 70 euro se non ha il seguro), gli fanno la tac all’istante, e dopo mezz’ora o il giorno dopo ha il risultato.
Poi, sempre nello stesso reparto, si sposta a fare la sonografia. Mentre mi faceva l’ecografia, la doctora mi mostrava tutto sul mio monitor, e alla fine mi ha consegnato il referto e il dvd con la registrazione.
Ora, io non posso esprimere giudizi sul livello di preparazione della classe medica dominicana.
Ma i tempi e i livelli dell’assistenza mi hanno colpito.
E non è – tanto per chiarire – solo roba da paperoni.

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