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Nessun congedo

Hola, buenas, buenos días, buen día, que tal, como te sientes, como está todo, como anda, como tu tá, que lo que hay, KLK, móntame, …
Ci sono tanti modi per salutare, in Repubblica Dominicana.
Formale o confidenziale, elegante o volgare, ognuno ha il suo modo, molto spesso più di uno, a seconda dell’occasione.
Il più comune e trasversale è “saludo”. Si usa incontrandosi ma soprattutto entrando in un negozio, ufficio, guagua e cosí via.
Mi ha favorevolmente colpito notare che generalmente il dominicano è abituato a salutare: è una buona regola di buona educazione, a tutti i livelli.
Proprio per questo mi ha negativamente colpito notare che invece generalmente non è abituato a salutare nell’atto di congedarsi, ossia quando esce dal negozio, ufficio, guagua e così via.
Anche molti dei miei colleghi dell’agenzia escono dall’ascensore o dal mio ufficio o dalla cucina senza salutare.
Io invece uso il “ciao”, che mi qualifica come italiano non pentito, e che tra l’altro ho scoperto essere particolarmente cool tra i dominicani più cool – quelli che qualcuno chiama simpaticamente “come mierda” 😀
Altrimenti utilizzo i classici hasta luego, nos vemos, adios, etc., o formule più cortesi come “que tenga un buen dia”, “que la pase bien” o, in caso di amici/amiche che si congedano, il diffuso “cuidate” (che non ha un corrispondente italiano – gli inglesi direbbero “take care” – e la cui risposta corretta è “igualmente” o “igual”).
Epperò come dicevo gli altri generalmente non si congedano.
Raramente un babai (bye bye), la forma più diffusa.
Se no niente.
All’inizio mi dava fastidio, poi mi è sembrato di capire che non sia tanto questione di educazione quanto di cultura locale, di abitudine consolidata.
Mah. Approfondirò.
Quello che invece mi dà veramente fastidio è quando mi rispondono “ooochei”.
Cacchio significa?
OK che cosa?
Io dico arrivederci e tu rispondi OK?!
Ma per piacere.
Spesso mi rispondono OK pure quando dico “gracias”. La risposta più comune è “a su orden” o “a la orden”  (è anche un modo di rispondere a telefono); se no, non mi rispondono niente o – per l’appunto – mi becco un “ok”.
Immaginate il dialogo. Io pago il barber shop dopo essermi fatto la barba e uscendo dico: “gracias, hermano”.
E lui: “OK”.
😦
A telefono ho imparato a stare attento. Se parli con qualcuno devi evitare di dire “OK”, se no ti chiude il telefono in faccia, perché ritiene la conversazione conclusa. Della serie “Che dici, mi amor, ci vediamo stasera?”. “OK”. Clic.
La mitica doctora Cira, che ho scelto come mio medico qui, una cubana trapiantata da moltissimi anni in RD, mi congeda sempre nello stesso modo.
Io le dico “adiós doctora, gracias” e lei col suo vocione burbero e roco risponde immancabilmente “te quiero!”.
Molto meglio di un “OK”.

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No entiendo

Ad oggi sono 9 mesi che vivo nella Repubblica Dominicana, e ci sono ancora cose del vivere quotidiano che non comprendo e ci convivo (e altre che non comprendo e mi danno i nervi).
Certo, il tempo aiuterà a conoscere e capire sempre di più, ma il tempo serve anche ad abituarsi, assuefarsi, accettare magari passivamente ciò che invece colpisce, stupisce, a volte indigna il nuovo arrivato.
E se da un lato questo è normale ed anche auspicabile per una migliore integrazione, convivenza e sopravvivenza, dall’altro vorrei fare in modo di mantenere un punto di vista terzo, laico, da esterno; che magari riconosce e comprende ciò che vede e gli accade, anche quando raro, ma non per questo lo archivia automaticamente come normale, accettabile e ineludibile.
Il rapporto con la basura (monnezza) è un esempio, forse il più lampante. Buste di spazzatura buttate per strada, ad ogni angolo, anzi: davanti ad ogni casa, perché dicono che così è abituato il dominicano, e se mettono i cassonetti se li fregano. Epperò in questo modo si nutrono cucarachas e ratones (grandi anche come conigli), le strade puzzano, camminare a piedi diventa un camel trophy.

Gli apagones sono un altro esempio: buona parte della città convive con i blackout programmati, da tot ora a tot ora a seconda della zona. Pare che sia una vendetta contro gli allacci clandestini e le bollette non pagate: che importa se così si punisce indiscriminatamente tutti, anche e soprattutto quelli che la luce la pagano (e salata!) ma che non si possono permettere un costoso generatore. Provate a pensare quanto può dare fastidio (per usare un eufemismo) vivere nella turistica e costosa Zona Colonial, e stare sabato e domenica senza luce per dodici ore di fila, e per varie settimane di seguito – quando proprio nel weekend potresti dedicarti alla lavatrice ed altre faccende domestiche.
Sono soltanto due esempi (potrei continuare, con questioni anche più gravi, come la crescente mancanza di sicurezza o la egualmente crescente corruzione) delle cose di questo Paese che non comprendo, che credo si potrebbero risolvere con uno sforzo non enorme, di buona volontà se non addirittura di buon governo, e che invece sono e continuano ad essere così, se non peggio.
Perché solo poche isolate voci si levano a segnalare e protestare, mentre la maggioranza della popolazione mi sembra accetti passivamente, subisca sconsolata; tanto è inutile, fa caldo e non vale la pena sforzarsi.
Non vorrei essere frainteso: se vivessi nel terzo mondo, in un villaggio di case di fango con tetto di foglie di banano, comprenderei e non avrei molto da protestare. Ma questo è un Paese civile, avanzato anche se si definisce ancora in fase di sviluppo, ma che nel frattempo si vanta dei suoi progressi e in molti casi si propone come modello per l’area.
Io vivo in una metropoli di oltre 3 milioni di abitanti, dove ci sono più jeepetas/SUV che in Italia, dove l’affitto mensile di un appartamento di 2 camere in una “torre” vista mare (le torri sono i lussuosi grattacieli che spuntano come funghi) costa anche 2500 dollari, dove si contano più mall/centri commerciali che a Roma o Milano (e qui IKEA ha deciso di aprire il primo store di tutto il Sudamerica), dove certo le contraddizioni e i contrasti sono tanti, ma questo non può bastare a spiegare e giustificare tutto quello che non va.
I politici sono corrotti, i funzionari pure, la polizia non ne parliamo. Questo spiega le cose che non funzionano, questo mi dicono sempre tutti, dal tassista al costruttore, dal colmadero al giornalista, dal barbiere al direttore creativo.
E la cosa incredibile è che non si tratta di vox populi: la notizia è riportata tranquillamente dai media, anche da quelli più paludati e filogovernativi, senza che però ciò determini una rivolta o – che so – per lo meno lo sdegno generale.
Tempo fa per esempio mi è capitato di leggere su un giornale i risultati di un’indagine condotta da Gallup (serissima società internazionale): “las cinco instituciones consideradas como las más corruptas en el país son los partidos políticos (52.5%), la Justicia (49.8%), la Policía (44.6%), el Congreso (40.9%), y la Dirección de Prevención de la Corrupción (33%)”. Il che la dice tutta. Se chi controlla è compare del controllato siamo a posto.
Senza arrivare al Brasile, già l’esempio della Colombia, i progressi per molti versi incredibili (e non solo di facciata) compiuti da Antanas Mockus e dai successivi sindaci di Bogotà, che hanno cambiato radicalmente e positivamente la capitale potrebbero, secondo me dovrebbero ispirare un cambio di direzione, una svolta epocale e davvero progressista.
E non vale dire che il Paese non è pronto, che il popolo bue non capirebbe.
È il solito alibi di comodo, di chi preferische che tutto rimanga com’è perché com’è è come gli conviene.
Possibile che in questo posto non ci sia un partito, un movimento, un gruppo, un quaccheccosa che esprima questo stesso mio sentire?
Indagherò.
Per il momento, non capisco.

16 Agosto

Ero in taxi, di ritorno da un colloquio con un’agenzia di pubblicità, e come sempre faccio guardavo fuori dal finestrino. Anche se è lo stesso tragitto che ho fatto mille volte c’è sempre uno squarcio, un volto, un gesto, un cartello, insomma algo interessante o curioso.
Erano i miei primi mesi in Capitale, e quindi cercavo anche agli incroci i nomi delle strade per tentare di memorizzarli nella mia mappa mentale. Un esercizio in frustrazione, a dire il vero, visto che già dai tempi dei boy scout mi resi conto di non possedere alcun senso dell’orientamento (genetica, direi, se penso ai giri in tondo di mio papà sul Raccordo Anulare ogni settembre romano, alla ricerca dell’uscita giusta per la Cristoforo Colombo e i Tre Pini), e visto soprattutto il fatto che da tanto la mia memoria ha deciso di lavorare poco, e ricordare solo quello che vuole lei, random, senza distinguere tra cose belle o brutte, vecchie o nuove, importanti o insignificanti. Non è stato un processo graduale di degrado: semplicemente a un certo punto ha smesso di funzionare come prima, anche se mi sfugge l’esatto momento in cui è successo. 😀
Per evitare il prevedibile tapon dalle parti della Mexico con Duarte, il chofer scelse un percorso alternativo verso casa, che scendesse al Parque Independencia. Fu così che scoprii la Calle 16 de Agosto.
Il fatto che a Santo Domingo avessero deciso di dedicare una strada (non bellissima, ok, ma centrale) al mio genetliaco mi inorgoglì non poco, confermando l’impressione di stare vivendo nel posto giusto.
Naturalmente le ragioni erano ben altre, come mi spiegò il chofer parlandomi di una data storica importante per la indipendenza della Repubblica.
Ho quindi appreso che il 16 Agosto del 1863 (esattamente cento anni prima che io comparissi) un gruppo di patrioti diede inizio alla Guerra de la Restauración, per riportare la giovane repubblica sotto la sovranità dominicana, dato che due anni prima il generale Santana – primo presidente costituzionale – aveva improvvidamente firmato un patto di riannessione alla Spagna. La Corona Spagnola avrebbe poi definitivamente abbandonato l’isola nel 1865, restituendo la Repubblica Dominicana ai patrioti che tanto avevano lottato per l’indipendenza.
Il 16 agosto è quindi il Día de la Restauración, e tutto il Paese si ferma a festeggiare.
Con una certa e certamente immeritata fierezza, celebrerò anche io i miei 47 (perdón, 27) anni.

Colmado

foto da travelblog.org

Nonostante la diffusione di supermercati e ipermercati, il colmado resta un punto di riferimento fondamentale per i dominicani. Al colmado si trovano generi alimentari, ghiaccio, bottiglioni di acqua (quella del rubinetto non è potabile), succhi, refrescos (cola e sode varie dai colori e gusti spesso improbabili), detersivi, condom, una pillola per il mal di testa o per la resaca (il dopo sbornia), una tarjeta (ricarica) per il cellulare, le sigarette, e così via.
La varietà dell’offerta cambia a seconda delle dimensioni e caratteristiche del colmado, che a volte propone anche un po’ di frutta, ortaggi, carne, e pure sandwiches. Se è grande, si chiama supercolmado o colmadon.
Ma al colmado si va anche per bere una fria (birra) o un superalcolico (il classicissimo ron oppure il uiki, come lo chiamano qua, venduti in bottiglie dalla mignon alla magnum, passando per la diffusissima fiaschetta) magari in compagnia, seduti sulle sedie di plastica dentro o fuori. E quindi diventa un luogo di socializzazione, soprattutto se ha una radio, uno stereo o un juke box che manda musica e/o video a tutto volume, e se ha uno spazio adatto per ballare.
Il vantaggio del colmado è che è comodo, perché ce n’è sempre uno vicino casa, vende anche sfuso (una sigaretta, una libbra di zucchero o di burro), è aperto tutti i giorni fino a tarda sera, e consegna a domicilio (in mancanza di campanelli o citofoni, parte l’urlo “colmado!”, uno dei primi suoni che ho imparato a conoscere in Repubblica Dominicana dopo il merengue e l’assordante antifurto delle auto, che parte col clacson e poi segue con altri tre o quattro allarmi in successione – un autentico strazio: non appena imparo come si fa lo registro e lo posto).
La mia fidanzata, che è una tipa precisa, mi ha insegnato che qualunque cosa si compra al colmado – bottiglie, lattine, etc. – va lavata con acqua calda (per chi ce l’ha), onde proteggersi dalla leptospirosi, dato che lo stoccaggio delle merci non sempre avviene in locali propriamente igienici (anzi), e i numerosi ratones presenti da queste parti ne approfittano più che volentieri 😦
Pensavo fosse una precauzione eccessiva, fino a quando non ho visto in tv un’intervista al locale Ministro della Salute che raccomandava vivamente la stessa cosa, e ho dovuto regolarmi di conseguenza pure io.
Il che vuol dire anche – ahimé – rinunciare alla fria (birra) servita dal colmadero ceniza (ghiacciata).
Bueno, più che rinunciare, diciamo limitare.
Eccheccà! 😉

foto da acoste.net

Un nome, una garanzia

Qua le pillole contro la disunzione erettile si vendono in farmacia senza prescrizione alcuna. E come molte medicine, è possibile comprarle anche sfuse. Addirittura é possibile comprarle al colmado sotto casa.
Vanno molto di moda anche tra i giovani, molti le prendono come fossero aspirine per fare bella figura.
Alle marche più conosciute in tutto il mondo (che qui costano meno, ma vai a capire se sono originali, il falso imperversa in ogni settore, compreso quello medicinale!) si affiancano preparati locali, più economici, circa 1 euro a pillolozzo (anche meno se c’è l’offerta speciale 🙂 )

I più comuni sono Erec-F, Elevex (…), Viga, , La Pela (v. sopra una elegantissima pubblicità…).
Ma il mio preferito è quello sotto: il solo nome mi fa impazzire. 😀

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