Archivi Mensili: gennaio 2011

Binario (triste e solitario)

Come tutti sanno 😉 il sistema numerico binario è un sistema numerico posizionale in base 2, cioè che utilizza 2 simboli, tipicamente 0 e 1, invece dei 10 del sistema numerico decimale tradizionale. Di conseguenza, la cifra in posizione n (da destra) si considera moltiplicata per 2(n − 1) anziché per 10(n − 1) come avviene nella numerazione decimale. Nato nel secolo XVII, fu riscoperto dalle  grandi scuole di logica matematica del ‘900, e porterà alla nascita del calcolatore elettronico. Tale sistema è infatti usato in informatica per la rappresentazione interna dei numeri, grazie alla semplicità di realizzare fisicamente un elemento con due stati anziché un numero di stati superiore, ma anche per la corrispondenza con i valori logici di vero e falso.
Ora, potete facilmente immaginare il mio stupore da filologo-matematico 😛 quando mi sono reso conto che in Repubblica Dominicana non considerano lo zero.
Cioè, per essere precisi, lo zero non viene considerato nel contare i piani di un edificio.
Io, per esempio, abito al terzo piano, epperò qui è il quarto.
Il piano terra – zero o PT negli ascensori – non c’è, non esiste. Il piano terra qui si chiama primo piano.
E di conseguenza quello che per noi è primo piano qua è secondo, il secondo il terzo, ed ecco spiegato come mai io sto al quarto anche se secondo me sto al terzo.
L’ascensore di Pagés BBDO – l’agenzia di pubblicità in cui lavoro – si regola di conseguenza: come si vede dalla foto, si passa direttamente dal -1 (seminterrato) all’1, dove sta la reception o lobby (che per noi sarebbe PT /piano terra o 0, per l’appunto).

L’immagine dell’ascensore mostra anche quanto io sia considerato all’interno dell’agenzia: vedi cosa dice la legenda ai piani 4 e 5 del prestigioso edificio (di cui sotto riporto foto).

😛

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Cessi

E lo so che ci saranno cose più amene e interessanti di cui parlare.
Ma non vi scordate che l’intenzione è quella di raccontare il mio modo di vivere Santo Domingo nel day-by-day, e poche cose fanno parte del day-by-day più di questa.

Il gabinetto, tazza o cesso che dir si voglia, qua si chiama inodoro (sic).
Ma non è il nome, il dettaglio che ci interessa.
Sono altri due.

Il primo è l’acqua alta.
Il secondo è la carta igienica che diventa non igienica.

Andiamo per ordine.
Come credo si veda nella foto, il livello dell’acqua dei cessi dominicani è più alto di quelli italiani.
Nel gabinetto italiano l’acqua rimane nel buco, mentre qui arriva fino alla metà della sua altezza.
E sticazzi, commenterete, travolti dall’eleganza dell’argomento.
E fino a un certo punto, vi rispondo.
Chiunque abbia avuto rapporti con gabinetti siffatti, sa quali sono le antipatiche implicazioni. Soprattutto se siete uomini e siete in short o mutande perché fa caldo (come guarda caso qua succede abbastanza spesso): farete la pipì assumendo posizioni tra le più strane e ardite, tentando inutilmente di porre le gambe a distanza di sicurezza dagli schizzi di ritorno.
E se invece della pipì farete altro, seduti, la situazione non migliora. E in questo caso, cambiare posizione non si può.

Lo so, non è propriamente igienico. Neanche parlarne o scriverne.
Ma questo è niente, se ci aggiungete la seconda caratteristica dei gabinetti locali.
Ossia che la carta igienica dopo l’uso non si butta dentro, perché se no il cesso si tappa.
La carta igienica si getta quindi nel cestino che in ogni toilette sta affianco alla tazza.
Cestino che a volte possiede l’auspicabile e a questo punto indispensabile coperchio, e altre lamentablemente no.
Simpatico, eh?

Le ragioni di queste scelte strutturali (che non esito a definire sciagurate, pronto a rettifica in caso mi si dimostri il contrario) mi sono del tutto sconosciute.
Giro la domanda al mio amico Marco, che vive da più tempo in Repubblica Dominicana e che in fatto di cessi, per via della sua antica professione di venditore di ceramiche e sanitari, se ne intende molto più di me.

Ah, ci sarebbe una terza cosa da raccontare, e cioè che l’acqua dello sciacquone gira al contrario rispetto all’Italia, però in questo caso mi dichiaro del tutto ignorante: non so se si tratta di una mia impressione o di una realtà fisica.

E con ciò possiamo chiudere questo post tanto ameno.

madeinitaly

Mi era già capitato a Cuba di incontrare nei negozi camicie, pantaloni, cravatte, scarpe, occhiali e accessori di marche italiane a me del tutto sconosciute, improbabili testimonial della moda italiana. “Fariani Italy”, “Ninno Vera – Milano”, “Barsotti”, per citare solo qualche nome.
Santo Domingo ne è piena. A volte si tratta di roba decente, più spesso di cose abbastanza dozzinali e lontane dallo stile che ci ha resi famosi nel mondo. 
Di madeinitaly insomma non c’è quasi mai nulla, a parte il brand name, che deve inequivocabilmente suonare italiano, tanto che a volte si storpiano nomi famosi o comunque “italiabili”, come nel caso di “Venetto”, “Gabicci” o “Enzio Romano”. In un negozio un giorno ho visto una cinta  “Enzo Bocelli” >:-(
Mi dicono che ste marche vengono tutte da Panamá, o anche dalla Zona Franca di Santo Domingo o Santiago.
Il marchio più presente è senza dubbio “Fariani Italy”, che a riprova della sua italianità produce addirittura la guayabera, che è tutto tranne che italiana, e che qui è un classico dell’abbigliamento formale e si chiama chacabana.  
Mi ha fatto ridere la confezione di queste scarpe “italiane”, con tanto di Colosseo: il testo sul coperchio mi sa tanto di italiano da google translate.
Io per la mia collezione kitch il mio cappellino finto italian fashion me lo sono comprato appena arrivato qua (e si vede pure nella foto del profilo). 
Come avrei mai potuto resistere alla tentazione?
Già mi vedo, nell’after party del fashion week milanese, esibire orgoglioso il mio cappellino “Ninno Vera, Milano”. 
Trendissimo.
O – come  si dice da queste parti – cool, chulo, aperísimo!
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